FOCOLARE DI CAMPAGNA - LA SCELTA

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FOCOLARE DI CAMPAGNA

 
BUSALLA TRA PASSATO E PRESENTE

Pochi si aspettano che chi scrive da tempo su una catena sanitaria a Busalla, individuando anelli positivi, ma non tacendo di persistenti carenze di presidi pubblici, non percependo segnali che indichino l’utilità della denuncia, volga lo sguardo ad un passato lontano, certamente rappacificante come la visione di un quadro con  neve che cade su una casa illuminata di campagna dove si immagina comunione di pace e serenità.

In genere chi scrive di legislazione sanitaria o scriveva a suo tempo di norme sopravvenienti in materia tributaria non viene ritenuto, a torto o a ragione, adatto a nuotare nel mare turbolento ed eccitante dei sentimenti.

Si pensa che abbia il cuore arido, rivestito di una corteccia che l’ambiente lavorativo, in particolare quello per esempio della Banca Carige, gli ha cucito addosso.

Eppure le circostanze, forse l’avvicinarsi del Natale, che secondo una abusata teoria rende tutti più sensibili, più buoni stanno tramando per un impegno nel tentativo di ricordare alla buona una Busalla anni quaranta del secolo scorso in un improbabile confronto con taluni aspetti di quella che osserviamo oggi.  
 
E’ possibile seguendo il solco di ricordi e ricorrendo alla riscoperta di vecchi appunti sulla Busalla del periodo bellico e di quello appena successivo, dipingere senza pretese piccoli quadretti, con personaggi dell’epoca, che se fossero veramente oli su tela oggi potrebbero coprire i muri di una sala qualsiasi.
 
Chi aveva l’occasione di stazionare in via Luigi Nino Malerba nei lontani anni quaranta aveva l’opportunità di veder entrare ed uscire dall’ antica osteria <du Tavellun> uomini per lo più del ceto operaio e contadino che apprezzavano la cucina casalinga e, non conoscendosi ancora la coca-cola, non disdegnavano la barbera genuina di Agostino Tavella titolare dell’esercizio, figura molto nota anche sulla piazza Borzino in quanto tenutario di carrozza e cavallo.

Potrebbe apparire curioso, se non addirittura strano, che nel tratto della via ln.Malerba, proprio in corrispondenza dell’osteria, si giocasse a bocce sullo sterrato che nessuno si sognava di contestare, per ovvi motivi, al Podestà del momento.

Malgrado la sua massima classifica federale non si sottraeva dal giocare in <casein > un simpatico ferroviere, Gisberto Martignone, bocciatore di fama, che quando era in forma si diceva vedesse il pallino grosso come un melone.
 
Non era frequente, ma accadeva di vedere da <u tavellun>, Gilli di Salvarezza, contadino residente nel piccolo agglomerato di case rurali, al quale si arrivava, come oggi, percorrendo la strada, oggi asfaltata, sin che sarà possibile, allora decisamente no, da Sarissola alla frazione di confine della Bastia, con la sua chiesetta affidata alle cure di Don Luigi Simonotto, scomparso in età avanzata e intorno al quale era nata la leggenda di un Sacerdote che ogni giorno scendeva a Busalla, da tutti riverito.

Si è fatto doveroso cenno al Gilli, non solo perché agli occhi dei ragazzi di allora era uno strano personaggio, schivo e taciturno, ma perché era un contadino, una specie ancora presente nel verde del paese, ma in via di estinzione quando, dopo la fine del conflitto, la così detta rivoluzione industriale coinvolse soprattutto il sud e sradicò i lavoratori dalla terra.
Di Gilli si raccontava che avesse una forza straordinaria, tanto da riuscire a rimettere le ruote del carro da buoi, uscito dai solchi, nella loro necessaria posizione, alzando dal di dietro il carro stesso, gravato dal peso di quintali di legna, e sembrava uno scherzo perché non si era ancora vista la televisione, le olimpiadi e al cine solo il Duce e pochi gerarchi erano riusciti nell’impresa di sollevare pesi enormi.

Aveva casa e ricovero per i suoi cavalli in via LnMalerba Giuseppe Salvarezza detto <u bursa> che oltre alla classica carrozza, nel periodo dei villeggianti di Sarissola metteva in funzione un tranvai che passando in via Vittorio Veneto riusciva a non creare pericoli per una circolazione inesistente e diffondeva una sensazione di allegria particolarmente sentita dai ragazzi che inseguivano il tranvai.

Allora non si parlava di traffico stradale e del resto non se ne parla seriamente neppure adesso, malgrado il gran caos che regna a Busalla.
 
Fa poi pensare che il servizio di raccolta della poca immondizia di quei giorni fosse comunque svolto con un carretto trainato da un mulo paziente e ubbidiente all’ attivo operaio municipale Giuseppe Balducci che servendosi di una tromba ricurva dal suono inconfondibile rendeva nota la sua presenza nei quartieri per il ritiro dei pochi selezionati avanzi.
 
Non è dato sapere se il sistema di raccolta vigente in quegli anni possa fornire qualche spunto interessante agli amministratori; certo è che Busalla ha ospitato per lunghi anni una discarica controllata Amiu in posizione sopraelevata al centro del Paese tanto da poter essere indicata come una delle brutture busallesi assieme alla raffineria Iplom e poche altre.
 
Molti busallesi lavoravano in Ferrovia e sono oggi pensionati di lungo corso. Molti delle leve, abili al servizio, erano militari dei diversi corpi e questa circostanza, a ben vedere, spiega perché non ci fossero disoccupati involontari in giro.
 
Sembra curioso che nell’attuale situazione di consistente e prolungata disoccupazione giovanile il Ministro della Difesa non proponga la restaurazione dell’obbligo del servizio militare obbligatorio, ricavando i fondi necessari per l’operazione da una robusta sforbiciata alle pensioni.
 
Le scuole elementari avevano sede nel palazzo del Podestà sulla piazza che naturalmente non era dedicata ad Enrico Macciò, ma sovrastata sulla facciata del palazzo che ospita il bar <l’erba voglio> da una gigantesca testa del Duce del fascismo che sembrava vedesse e capisse tutto quello che succedeva a Busalla.
 
Alla fine degli anni quaranta il conflitto si avviò alla sua inevitabile conclusione dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti e la catastrofe delle armate tedesche e italiane in Russia.
 
A Busalla un contingente della Wermacht, con carri trainati da robusti cavalli e armamenti pesanti, occupò Villa Borzino, non ancora proprietà del Comune.
 
I ragazzi, soprattutto quelli del rione Casein, venivano ammessi a visitare l’accampamento  e ricevevano anche qualche fetta di pane nero assieme a stanchi sorrisi.
 
In realtà i soldati tedeschi avevano ben chiaro che la guerra stava per finire e non vedevano l’ora di ritornare a casa per riprendere il lavoro nella Germania in rovine.
 
Intanto incominciavano ad arrivare notizie sull’attività delle bande partigiane operanti sui monti. Spesso notizie incerte di eccidi, di fucilazioni, di violenze da una parte e dall’altra.
 
A Busalla veniva forse tradito e catturato Giuseppe Grassano, un giovane che aveva cercato rifugio nel cinema centrale, portato nel cimitero e dopo un sommario interrogatorio fucilato senza pietà.
 
Gli aerei anglo americani bombardavano con continuità Genova e dintorni.
 
Ronco Scrivia subì gli attacchi più cruenti essendo considerato importante snodo ferroviario. Busalla venne colpita con caccia-bombardieri che volavano a basa quota, tanto bassa che nel Dovese delle Cascine una donna si dichiarò pronta a giurare che il pilota di un aereo in picchiata aveva gli occhi azzurri e i capelli biondissimi.
 
 
 
7 novembre 2015
 
 
C. Balbi    
 
  
 
 
 
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